hello.

With a dream in your heart you’re never alone

Seh seh:

Dreams turn into dust and blow away
And there you are without a friend
You pack your car and ride away

(Fonte: youtube.com)

adesso che il fumo
cancella l’estate
e il grigio ritorna
scendendo su noi
la lunga vacanza
si chiude per sempre
pure qualcosa di noi resterà

(Fonte: youtube.com)

C’hai una monetina?

Secondo me sta floppando, ma in ogni caso: ho 3 betacoins per la beta di Mailbox per Mac. Su Twitter ormai non valgono più niente, magari su Tumblr… :))

Se qualcuno li vuole: hello@gustomela.net (posso mandarli solo in mail).

Ma l’app è una schifezza inusabile (non solo perchè è in beta).

È magnetico il tuo ste-re-o


Vedi un po’ se mentre pesco vecchi brani su Spotify mi devo imbattere in questo pezzo martellante (uno spot, se ho capito bene) e farmi triturare il cervello per un’ora!

Ma che è? Tiziano Ferro?

No, non è online. È un test RWD nelle mail. It’s not easy. Ho lasciato perdere Mad Mimi perchè il supporto per il mobile era inesistente. Loro istruzioni: usa un font bello grande e una sola colonna perchè sai, su mobile, lo spazio è stretto. Poi nel frattempo è anche passata ai rattusi di GoDaddy. SendInBlue mi sta piacendo. La visualizzazione sballata su Mailbox è perchè Mailbox si crede su desktop. Questo correggerà quel 90% di mail che viaggia senza essere pensata per il mobile. I fessi che invece si sbattono vengono così ricompensati. Come schifo Mail(Drop)box…La politica del c’hai una monetina? è l’ultima perla.Mi dispiace, se si siete iscritti alla notifica vi ho rovinato la sopresa, LOL.:))Vorrà dire che cambierò la grafica!

No, non è online. È un test RWD nelle mail. It’s not easy.
Ho lasciato perdere Mad Mimi perchè il supporto per il mobile era inesistente. Loro istruzioni: usa un font bello grande e una sola colonna perchè sai, su mobile, lo spazio è stretto. Poi nel frattempo è anche passata ai rattusi di GoDaddy.
SendInBlue mi sta piacendo.
La visualizzazione sballata su Mailbox è perchè Mailbox si crede su desktop. Questo correggerà quel 90% di mail che viaggia senza essere pensata per il mobile. I fessi che invece si sbattono vengono così ricompensati. 
Come schifo Mail(Drop)box…
La politica del c’hai una monetina? è l’ultima perla.

Mi dispiace, se si siete iscritti alla notifica vi ho rovinato la sopresa, LOL.
:))

Vorrà dire che cambierò la grafica!

A cosa ti fanno pensare queste giornate bellissime di caldo tardivo?
Alla loro immagine in filigrana.

Everybody knows when little children play
They need a sunny day to grow straight and tall…

(Fonte: youtube.com)

Done is better than best

TL;DR

Direi che ho finito Gustomela.
Invece di andare in Nepal ho fatto un viaggio mistico costruendo un sito.
Un’impresa titanica (almeno per me). Un viaggio dentro me stessa che è nato per staccarmi dai percorsi consueti (il webdesign non è più il mio mestiere da almeno 5 anni, pur senza abbandonarlo) e vedere come me la cavavo con un’opera abbastanza impegnativa come mettere mano a Wordpress going solo. Prendersi il rischio di perdere una montagna di tempo per poi scoraggiarsi e non concludere più niente.
E la lezione che ne ho tratto, oltre a come modificare i file di Wordpress per cambiare una stupidissima linea di testo, è che la cosa non andava presa troppo seriamente. Che non dovevo lavorare con l’angoscia del tanto a un certo punto mollerò tutto.
Perchè se parti così non arrivi (e infatti, sono tre anni che stava morto così). 
E l’immobilità, la stagnazione, danno più infelicità di un div che non ne vuole sapere di rispondere adeguatamente al viewport.
Quella che segue è una riflessione più ampia su quello che significa e quello a cui prosaicamente serve uscire dalla propria comfort zone. È anche un modo per staccarmi dalla calce viva del lavoro – se rendo l’idea – e mettere a fuoco il tutto.

Partire da un tema

Mettere su un sito con Wordpress è una bella fatica. Non tanto per la difficoltà ma per la vastità. Le difficoltà pure le ho incontrate (ovvio!), ma con mooolta pazienza riesci quasi sempre a risolvere. Pazienza soprattutto, perchè ogni volta che aggiusti una cosa ne sconcichi un’altra. E per una che risolvi, dopo ne hai due o tre da risistemare. 
La noia principale che ho trovato è che, utilizzando un tema preconfezionato (devi avere un punto di partenza!), all’inizio non hai idea di come sia strutturato l’html e il javascript sotto (per quanto il tema su cui ho lavorato fosse basato su Bootstrap, che un po’ conosco), e moltissimo tempo lo perdi solo per prendere confidenza con questo. Non è semplice, le variabili, trattandosi di un blog, sono molteplici. Devi occuparti dell’homepage, delle pagine singole, dei commenti, della sidebar, del footer. Differenziare poi ulteriormente il tutto per adattarlo al mobile, senza scordarti del retina. Agliuto.
A forza di ripetere certe pratiche finisci a impararle a memoria e scrivere il codice direttamente a mano. Senza prendere misure, per le quali uso l’inspector di Espresso. Riconosci a occhio a che ID o classe corrisponde quel blocco che stai guardando, capisci a naso dove devi aggiungere 1em di padding, dove devi toglierlo, etc.
Altro inevitabile problema, quando parti da un tema, è che adattandolo a tuo piacimento arriva il momento in cui non puoi più risolvere un problema di layout agendo sui CSS (e farlo con un tema Wordpress non è lineare come su un tuo codice, devi fare in modo di non intaccare il core sennò non puoi più aggiornare il tema: le tue modifiche devono essere assolutamente staccate da tutto il resto… finchè puoi). Questo perchè la struttura sotto è fatta in un certo modo e quello che vorresti fare tu richiederebbe una modifica dell’html, vale a dire dei file .php del tema che generano l’html. E vai a capire dove e come. Finisci a metterti un un mare di guai e lasci perdere, per non far saltare tutto e ricominciare magari daccapo (a volte, nel turbinio, un ⌘-Z non ti salva). E così alcune cose restano irrisolte, in attesa magari di un’idea che riesca a farti trovare una soluzione CSS. Dove è possibile.
Nella pratica, questo problema lo sto avendo con l’header del blog che non risponde (nel senso RWD) precisamente alla stessa maniera del container sotto perchè nel tema è inserito in un altro div (modificando il quale, ovviamente, fotto tutto il resto). E questo mi sta dando grandi dispiaceri, perchè rovina l’insieme.

Andare a sbattere

Ogni volta che aggiusti una cosa guardi gongolando la tua pagina tutta perfetta, poi fai un test fessissimo di responsiveness semplicemente riducendo la finestra del browser e… poff, tutto salta.
È una piccola morte.
A volte per tirarmi sù devo farmi un giro per altri blog per rendermi conto di quanto il problema sia comune (in altra ottica magari non è manco un problema). L’header a volte non è perfettamente allineato, magari intenzionalmente. Vado su ThemeForest o analoghi, mi faccio un giro per temi e do un’occhiata. Sono tutti splendidi, con homepage favolose (io non avrò un’homepage staccata dal blog), ma nella sezione blog qualcuno con qualche difettuccio lo trovo sempre. E quando non trovo difettucci è perchè il layout è molto lineare e semplice. È facile evitare i problemi quando hai una sola colonna.
Ma il più delle volte trovo cose perfette. Ieri ad esempio avevo aperto Mashable sull’iPhone per dare un’occhiata tecnica (i contenuti mi interessano poco) ed era tutto perfetto. Quanto mi sono demoralizzata…
Forse non devo guardare Mashable ma un semplice Macstories.

Se ti abbandoni a questo atteggiamento non fai più niente. Quella cosa che in inglese si definisce maladaptation, concetto applicabile dalla biologia alla psicologia, e che in questo caso è quel tratto che assume il perfezionismo quando invece di spronarti a fare meglio ti deprime e ti inchioda. Su di me, è quello che fa più presa. Ho il terrore del mediocre. E mi terrorizza pure ammetterlo, perchè se fai un’affermazione del genere automaticamente dai l’aspettativa di cose assolutamente eccelse e perfette, che non è mai il caso. Ma bisogna ammettere le proprie defaillances, evitare di nasconderle narcisisticamente, perchè si sa che il Narciso è infondo insicuro, e il narcisismo è una gabbia:

Il narcisista rappresenta il perdente per antonomasia e colui al quale è riservato il più grande quoziente di sofferenza inutile e autoprodotta; […] il narcisismo non è solo una sofferenza mentale in sé, ma anche il fondamento e il cuore di ogni tipo di sofferenza mentale, di cui costituisce il nucleo della distruttività.

Qui, per chi fosse interessato.
Immagino che questi psicodrammi li abbiano più i designer femmine? :))
Bisogna in ogni caso tenere bene a mente che l’opposto di perfetto non è mediocre, ma è semplicemente la realtà. Lo dice benissimo Annamaria Testa. Lo diceva anche David Foster Wallace, ma con una sfumatura diversa, meno ottimista (del resto…) ma altrettando spronante:

if your fidelity to perfectionism is too high, you never do anything. Because doing anything results in… it’s actually kind of tragic because you sacrifice how gorgeous and perfect it is in your head for what it really is.

Questo.
Non si può non andare a sbattere, ma bisogna prendere le sberle positivamente: non lasciarsi intontire, ma destare.
Avrei anche potuto intitolare il post Lo zen e l’arte della manutenzione del CSS (e di tutto il resto). Perchè davvero, la cosa principale che ho dovuto tirare fuori da me è stata la pazienza. Una cosa in cui non riesco sempre bene. A me piace quando le cose ti vengono facili, perchè le sai fare, perchè domini gli strumenti che ti servono, perchè hai bravura e talento. Tendo a scordarmi che il talento (che è più facile con le cose facili) senza impegno vale poco o niente… Ma fare le cose bene e senza sforzo, anzi divertendosi, è una cosa che da un’emozione e un brivido che ti fa sentire una divinità olimpica. Tipo Demetra che fa nascere i fiori semplicemente camminando.
La realtà è più dura. E le cose difficili non si risolvono con un guizzo di bravura, ma con la pazienza e la fatica dello studio (del problema prima, della soluzione dopo). Io ho smesso un sei anni fa di fare webdesign per lavoro, quando mi sono accorta che le cose si complicavano ho cambiato assetto professionale e pure lavoro!

Creatività vs. Codice

Giorni fà leggevo questo (me lo sono bookmarkato): Code is killing my creativity. Mi ci sono ritrovata in più punti. Il titolo del post l’ho preso da lì. A un certo punto ci si chiede: come fare a non farsi drenare dalla necessità di stare tanto tempo sul codice, anzichè sulla parte creativa? Beh, nel caso del web, il codice è quel mezzo per cui realizzi l’idea creativa, altre vie non ne hai. In alcuni ambienti, come il mio e quello dell’autore del post, chi fa design non scrive codice. Ma è anche vero che spesso, troppo spesso, o per cattiva volontà o per oggettiva impossibilità, uno sviluppatore non può realizzare quello che tu gli proponi come mock-up. È quello che succede così spesso su Dribbble: mock-up splendidi di app irrealizzabili. O che alla prova dei fatti (l’uso) non funzionerebbero perchè una cosa è un’idea di funzionamento e una cosa è la struttura.
E in questo caso o t’attrezzi in proprio, impari a sporcarti le mani col codice, o cambi collaboratore, o cambi mestiere. Ma in ogni caso devi almeno capire quello che è fattibile, quello che no. E per farlo devi affrontare la parte codice. Non puoi delegare. Oppure perdi tempo e ciao. O rompi inutilmente le p..scatole allo sviluppatore. 
Quanto alla domanda che ci si faceva nell’articolo (come evitare di inaridirsi sul codice?), io non saprei rispondere… Perchè stare tanto tempo sul codice io lo trovo sì stancante e spossante, ma non trovo che mi inaridisca. Certo, quando chiudi una sessione di lavoro senza aver risolto il problema a cui avevi messo mano, è demoralizzante. Ma quando invece risolvi hai una spinta ad inisistere. Così poi puoi aprire Sketch e occuparti d’altro. Aaaah. Non vedi  l’ora. 

Creatività!

Se la parte codice è l’inevitabile 80% del lavoro e 90% del tempo, è anche vero che senza il restante 20% di lavoro nel 10% del tempo totale non hai in mano niente. Qui il tempo è molto ridotto perchè la padronanza degli strumenti (e la conoscenza del workflow necessario) è diversa e non hai da mettere in prova un’idea prima di promuoverla o scartarla: lo vedi in corso d’opera se va o non va. Se un colore sta bene con un altro, se un font stona. 
Il sito ho iniziato a visualizzarlo in Sketch. Ovvero, quando mi sono resa conto che apportare una modifica in vivo (LOL, Frankenstein) sulla pagina mi faceva perdere una mole di tempo spropositato, ho portato tutto in Sketch. E lì ho cercato di mettere su schermo quello che più o meno avevo in testa.
Ora, come dicevo sopra citanto DFW, quello che hai in mente è sempre meraviglioso e perfetto, ma… vago. Di una vaghezza stupenda, che oscura tutti i dettagli. Ma appena passi alla realizzazione, l’illusione svanisce. Inizi a notare che stare dietro all’idea nella tua testa è come rincorrere un fantasma. Inafferrabile. Puoi ritenerti soddisfatta/o se quello che realizzi ha un sentore di quello che immaginavi. Un alone. Una scintilla di quella magia fasulla che albergava nella tua mente.

Colori, layout

Ad esempio, l’idea che avevo in mente di Gustomela prevedeva ampi spazi bianchi, tutto molto arioso e leggero, colori pochi e isolati ma sgargianti. Un bel verde fluo, un arancione acceso. In contrasto e in bilanciamento del bianco circostante. Pensavo proprio al puro #FFFFFF.
Poi invece…
Gli ampi spazi bianchi mi sembravano dare non leggerezza, ma vuoto.
Il testo, il blocco di testo dei post, circondato da ampi margini mi sembrava una cattedrale nel deserto. La sidebar di fianco mi sembrava una cosa appesa nel vuoto, come uno straccio al terzo piano in un vicolo di Napoli. Gli spazi bianchi, con molto testo (colonna dei post + colonna della sidebar), non stanno bene. Devi ragionare davvero più in ottica tipografica: sei nel web, ma sempre col testo hai a che fare.
Inevitabilmente, se penso a tanto spazio bianco con grandi blocchi di testo penso al blog di un luminare del web design: Trent Walton. Cito sempre lui perchè è il più venerabile e il meno snob.
Ma: perchè lì funziona e nel mio mock-up no? Uno, perchè lui ha una sola colonna, e io due (la sidebar). Due, perchè lui ha del testo enorme e tutto l’insieme è pensato non come un banale blog (come il mio) ma come una raccolta di essais. Piccoli saggi di webdesign in forma di post. Dove ognuno ha valore per sé, mentre in un blog più banale c’è bisogno di un contesto più strutturato. In un blog banale è più il flusso di post che i singoli post a dare valore al tutto.
E poi dopo anni di Tumblr volevo proprio una cosa strutturata, una pagina che non fosse solo una colonna ma che avesse tanto altro attorno.
Una cosa chiaramente in contrasto con quell’idea di leggerezza e ariosità che avevo inizialmente in testa. E forse occorre specificare che quando dico pagina intendo per lo più homepage, le pagine singole volendo possono anche organizzarsi in modo lievemente diverso per dare enfasi al singolo post. Tutto lavoro extra.
Quand’è che questa vaporosa idea è sfumata? Nel momento in cui ho capito che una pagina strutturata come la volevo io non poteva essere ariosa, ma doveva essere densa. E così dagli ampi margini e spazi bianchi sono passata alla coagulazione dei blocchi sulla pagina (LOL, ancora). Ho tolto i margini alle foto e ai video in apertura di post, ho dato colori diversi ai vari elementi (ma sempre ton sur ton, come una palette di ombretti taupe Mac Cosmetics) e ho tolto ogni margine: tutto si tocca. Da forse un’idea di affollamento. Ed ecco: tra l’ariosità e l’affollamento non ho saputo trovare una via di mezzo. Ma quello che chiamo qui affollamento diciamo che è densità. Via. Una cosa che non sopportavo, ad esempio, è come la sidebar non si differenziasse dalla colonna dei post. Volevo un confine netto. E l’ho ottenuto con colori diversi. Riconosco che non è molto di moda. Ma mi piace che ogni blocco sia differenziato, mi da un’idea di ordine e credo che favorisca il colpo d’occhio.
Magari tra qualche settimana lo troverò visivamente affaticante? Il guaio di essere clienti di se stessi è che si ha feedback di scarsissima qualità.

Webfont e servizio d’appoggio

Mmh. Qui ci si diverte. Ma è stata una fatica. Partivo dall’idea di affidarmi a una coppia di Google Font, visto che ce ne sono di buoni e si implementano al volo.
La scelta ovvia è stata partire da Montserrat e costruirci attorno. Montserrat, l’ho detto più volte, è un bel fontarello. Molto performante a piccole dimensioni, dove davvero ha un feeling da Proxima Nova o Museo o Gotham o simili font di prestigio. Ma a piccole dimensioni. Salilo oltre i 15-16 px e si trasforma in un mostriciattolo. L’idea di farci gli headings (da h1 a h6) è tramontata appena messo alla prova. Un h6 è piccolo, un h3 già ha dimensioni in cui Montserrat non va più bene. Mi restava come opzione quella di fare i titoli con lo stesso font del corpo dei post. E qui è cominciata l’epopea. Perchè avere i titoli dei post e i titoli della sidebar di due font diversi era brutto. Abbinare qualcosa a Montserrat si è rivelato impossibile. Lato, pure un bel font (ma stra-usato), cozzava. Tutti gli altri sans usabili di Google, cozzavano peggio. Opens Sans, Source Sans (che manco mi piacciono).
Il contrasto principale era col font del logo, Ars Maquette, che sovrasta il blog ed è sempre presente (header fisso che si auto-ridimensiona). Avere sotto agli occhi questa lotta tra font non era proponibile. Ho allora pensato di provare a stravolgere il tutto spingendo sul contrasto e usando per il corpo e il titolo dei post uno slab: Adelle con Typekit o Bitter con Google Fonts. E sulla sidebar che mettevo? Lo slab? No, non è leggibilissimo e poi appesantisce. E restava così Montserrat.
No. No. NO.
Allora ho pensato: tagliamo la testa al toro e prendiamo Ars Maquette per gli headings. Però prima l’ho provato, e sorpendentemente i titoli in Ars Maquette e i post in slab non andavano. Ars per i post non è adatto, ma pure l’ho provato (se lo licenzio, almeno lo uso ovunque!). Il risultato era di grande e triste monotonia. Ovviamente. È un font per un uso limitato.
Bocciato Ars Maquette, e meno male, costa un botto ed ha una licenza antipatica (lo serve Typekit ma devi pagare la licenza web al proprietario direttamente).
Lì mi è stato chiaro che se volevo tenere Ars Maquette (e volevo fortissimamente) dovevo avere come font d’accompagnamento un sans, assolutamente non uno slab. Già così riduci il campo d’indagine. Ma doveva essere un sans nè simile a Ars (che è rigido e geometrico) nè troppo di carattere.
Wow, vuoi vedere che dopo tanto girovagare approdo a Proxima Nova? Se è COSÌ usato, un motivo di sarà. Ed è che risolve da solo la tipografia di un sito, o che è talmente discreto e performante (in tutte le taglie) che funziona in uno spettro vastissimo di possibili abbinamenti.
E invece no, ho scelto un altro superclassico: Museo Sans. Abbastanza simile a Proxima Nova, meno bello ma solido, regge a tutte le taglie e lo sto usando per tutti gli headings. Quelli più grandi, i titoli dei post, iniziano a rivelare qualche defaillance pure di Museo, che perde mobidezza rispetto a Proxima Nova (favoloso da 8 a 80 px). 
Ragione principale della scelta? È gratuito su Typekit fino a un certo volume di traffico (nel quale immagino starò pure larga). Funziona, mi piace pur senza strabiliarmi, non mi costa niente ma lo pagherei volentieri perchè ha un costo più che ragionevole. What else!

Ovviamente, ho cercato anche altrove. Più che altro su Fontdeck, perchè ha un bel catalogo e lo conosco perchè già l’ho usato. Gli altri servizi sono generalmente dei franchising di font, danno la licenza d’uso, ma non li servono. E io non voglio mettere peso sul server, non ho un piano hosting muscoloso (mi è servito per tenere una paginetta per 3 anni). 
Non ho trovato niente che mi piacesse più di Museo Sans (disponibile sia su Typekit che su Fontdeck) e poi ha costi troppo alti. Convengono se si hanno siti ad alto traffico, perchè Fontdeck vende la licenza d’uso per sigolo file (quindi te ne servono almeno 4: regular, bold e rispettivi italics) e da margini amplissimi di traffico. Non è il mio caso.
Typekit ha un’altra politica, regola i prezzi su quanto traffico fai. Ottimo, grazie!

Logo

Diciamo logotipo con molta enfasi sul -tipo. Come dicevo sopra ho scelto Ars Maquette, dopo aver provato valanghe di font simili. È geometrico, ma non troppo spigoloso. Mi da un’idea di pulizia ma non di asetticità. Ha proporzioni bellissime.
Ma quello che mi ha fatto innamorare di questo font che già apprezzavo è la G. Bellissima. Tonda, senza pilastrino (l’asta verticale che ha ad esempio la G di Helvetica). Iniziando Gustomela con G…
Il logo non è finito, ma l’idea ce l’ho, anzi due o tre. L’elemento centrale è però la G, che avrà dentro tanti frammenti colorati a voler indicare la varietà di cose di cui si vorrebbe occupare il blog e la vivacità con cui vorrebbe parlarne. All’inizio queste specie di frammenti colorati volevano rappresentare… oddio, che stronzata: delle bucce. Di quando tagli una mela. Un pezzetto di buccia di mela Stark, un pezzetto di Golden Delicious, un pezzetto di Granny Smith… 
Non credo che il logo riesce a comunicare questo e nemmeno era mia intenzione, ma l’idea è nata così e quell’idea di varietà credo sia rimasta. Insomma, se dovessi spieagarlo a un cliente la spiegherei così, sperando di risultare convincente. Una volta Gustomela aveva per sottotitolo: la buccia di Apple. Lo scarto! 
Sto anche lavorando su un elemento foglia. Da affiancare alla scritta nell’header del blog. Ma vedremo…
Comunque lavorare su un logo non mi da l’angoscia di dover lavorare su del codice. Aaaah.

Ferri del mestiere

La parte creativa

Posso confermare anch’io: Sketch non è il futuro, è il presente. Ormai sarà un anno che lo uso al posto di Fireworks. Con Fireworks ho iniziato ad avere i conati di vomito ogni volta che lo aprivo e mi ritrovavo quell’interfaccia antiquata. Per il web ho sempre usato quello (e per un breve periodo dopo il suo pensionamento, Photoshop), così il mio approccio a Sketch è stato condizionato fortemente dal mio modo di usare Fireworks. Ad esempio, mi ci è voluto un po’ per capire che il piano di lavoro di Sketch richiama più quello di Illustrator, che pure conosco, ma che non associo a cose web, e non capisco il masochismo di chi lo fa, per me è un software per tracciati complessi e impaginati. So che Sketch gestisce anche le pagine, ma io per quello ancora non lo suo. A me serviva un sostituto di Fireworks, non di Illustrator.
Sketch ha dei bug fastidiosi, dei glitch nell’interfaccia e dei rallentamenti quando carichi, ma resta più agile e più comodo di tutto il resto. Se devo dire una grossa carenza che ha, è la gestione del testo. Regolare il kerning tra due lettere è macchinoso e lo mette in ginocchio. Ci sarebbe uno shortcut da tastiera, ma funziona su un layout US o GB. Non sono riuscita a rimapparli e non ho avuto voglia di perderci tempo. Uno slider nel pannello dei font no?
C’è poi tutta una parte web che ho usato poco e niente (è un altro salto, e non ne posso fare due alla volta). Mi sono limitata a sfruttare gli artboard per mimare un viewport.

La parte tecnica

Ho modificato radicalmente, perchè occorreva, il mio approccio al lavoro. Inutile sfoderare Sublime Text se non devi scrivere da zero o lavorare in lungo e in largo su dei file. 
Sono rimasta su Espresso, ma non utilizzandolo tanto come code editor quanto come inspector. Per capire la struttura del tema. Apro semplicemente il sito in Espresso e da lì lo ispeziono. Quando poi ho individuato gli elementi da andare a modificare, gli faccio pescare il .css dal server, lo clono, gli dico di sovrascriverlo, e così lavoro praticamente live. Come si fa con LiveStyle in Sublime, ma mooolto più comodo (hai gli aiutini visuali).
Espresso però ha due difetti.
Primo, utilizza il motore di Safari che si porta dietro questa fastidiosissima alterazione della gamma cromatica che spara i colori, perchè così piaceva a Apple. Un motore per altro pure vecchio e non aggiornato. Credo che Espresso stia lentamente morendo senza che gli sviluppatori abbiano idea di soccorrerlo. Non ha il supporto per un sacco di funzioni CSS3. Da tempo ormai. Mi dispiace se morirà, per me resta uno strumento indispensabile.
Secondo difetto: si inchioda. Quando hai fatto in sequenza una serie di modifiche si ingolfa e a un certo punto non aggiorna la webview. Così ti confonde, pensi di non aver corretto un parametro o di aver sbagliato qualcosa, quando è il software che ha le paturnie. Purtroppo questo fa perdere un sacco di tempo. Devi solo salvare, chiuderlo, riaprirlo. Ricordarti che tra 10 minuti riavrai lo stesso problema. È esasperante.

Esasperante al punto tale che a un certo punto ho smesso di usare Espresso tout court. Sostituendolo con uno strumento che mi fa ridere, perchè mi pare di aver fatto una napoletanata, una messa in pratica dell’arte di arrangiarsi.
C’è un’estensione per Chrome che si chiama StyleBot. Ho usato quella. La scoprii quando Google cambiò l’interfaccia di Gmail e mise temi uno più brutto dell’altro. Con questa estensione puoi agire sul CSS della pagina, modificare i vari elementi e in pratica sovrascriverlo con le tue modifiche ogni volta che Google carica la pagina. Ora, questa estensione ha un inspector FENOMENALE. È un fucile con mirino di precisione. E ha un vero e proprio editor CSS con funzioni avanzate. Da piangere di commozione per la generosità di chi l’ha fatto!
A un certo punto ho usato quello! E ho scritto il codice direttamente in Wordpress o nell’FTP con Transmit.
Un’altra estensione comodissima è stata CSSViewer.
Insomma posso dire che grossa parte del sito l’ho fatta in Chrome. Wow…

Conclusioni

Ok. Siamo arrivati.
Il sito non è ancora pronto, no. Manca un po’ di copywriting (che palle). Devo decidere cosa mettere nei menu. Devo decidere che categorie usare, se usarle a mo’ di sezioni. Cose così, più amministrative.
Ma ho bisogno di staccarmi un po’, una decina di giorni, per dargli poi la botta finale, a mente fresca. Non sarà perfetto (non ho capito ad esempio dove mettere mano per tradurre delle stringhe), ma per settembre conto di varare il Titanic.
Poi vedremo se avrò voglia di giocarci.
Ancora qualche ultima riga per tirare le somme: quanto tempo ci ho messo? Contando anche il cazzeggio, tre mesi. A giugno ho installato Wordpress, ho sperimentato qualche plugin… A luglio ho sistemato la pagina separé e ho scelto il tema. Poi ho perso tempo sulle cose accessorie come il servizio di mailing list da usare. 
Da fine luglio ad ora ci ho dato dentro, approfittando di non avere impegni.
Lavoro duro diciamo alla fine sarà un mese, un mese e mezzo.
Ha ragione lo scrittore francese Jean-Marie Gourio (di cui non ho letto niente oltre alla citazione che segue): la migliore condizione di lavoro, è la vacanza.
Ed è stato bellissimo, mi sono sentita tipo Hemingway a Cuba, solo col Macbook davanti invece della macchina da scrivere.

…Va bene, posto una visuale che più mi piace (testi tutti dummy):

don scrinsciotte

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