Passerotto non andare via

Sparrow, il client email per iOS1 più carino e ben fatto, è stato sparato acquistato da Google. Più precisamente, Google ha arruolato il team di Sparrow (un paio di ragazzi francesi) per metterli a lavoro su Gmail. Nel dare l’annuncio epocale (sai quanti soldi!) qualche ora fa hanno già detto che il nuovo assetto del team li dirotterà completamente da Sparrow, che di fatto giacerà abbandonato fino all’obsolescenza, che gli auguro precoce.
We will continue to make available our existing products, and we will provide support and critical updates to our users. However, as we’ll be busy with new projects at Google, we do not plan to release new features for the Sparrow apps.
Le reazioni su Twitter, in questi casi (come Instagram-Facebook), sono sempre di due tipi: quelle schiettamente isteriche (tipo me: putaines!) e quelle che invece ci tengono ad apparire razionali, equilibrate, serene. Ci sono i comunisti che inorridiscono e i capitalisti che irridono i comunisti. Iniziano i post sui blog, la gente dice la sua per farla sapere alla sua cerchia (come questo che leggete) visto che agli sviluppatori di Sparrow (prendi i soldi e scappa) fregherà ben poco. Stasera champagne e zoccole :))
Dico anch’io la mia: ma porca troia (appunto). Ho comprato Sparrow a 0.79€ in offerta e non posso nemmeno usarlo sull’iPhone (che non uso più) perchè ha un iOS vecchio. Non mi importava, il prezzo era irrisorio e l’avrei prima o poi usato. Mi piaceva come era fatto e pensato e mi piaceva che l’idea era stata sviluppata e concretizzata da un piccolo team indipendente. Perchè il piccolo team indipendente approccia il problema, in questo caso l’emailing, dal punto di vista dell’utente (quello savvy! Come noi!) che sa quali sono i punti di frizione delle altre app (Mail di Apple, Gmail.app di Google, la webapp desktop e mobile), sa dove si intasa il workflow. Quello che non sa è come fluidificare il workflow, ma l’utente non è uno sviluppatore, mentre lo sviluppatore indie è sì un utente, e Sparrow ha avuto un approccio brillante all’email. Chi l’ha sviluppata conosceva altre app che hanno fissato degli standard (Tweetie) nel modo di concepire l’UX di un’applicazione, e che sono piaciute agli utenti (tutti innamorati di Tweetie, altro dolore). Non credo che una big compagny come Google approcci i problemi di usabilità da questo punto di vista (non l’ha fatto Twitter con Tweetie). I loro prodotti sono spesso degli aborti già proprio nel come sono concepiti (Wave? …Buzz?!), le realizzazioni poi seguono e confermano. Android è un OS concettoso, ridondante. Sì è usato da milioni di utenti, ma io sono di quell’altra metà. Dove c’è una filosofia ben precisa dello sviluppo software. Quella da cui appunto era nato Sparrow.
Che un gioiellino di iOS finisca nella mani dei padroni di Android a me non piace e basta. Mi delude. Sono umana. Sparrow era carino perchè modellato sull’utente (esigente) di iOS. Io non frequento posti androidiani in rete, ma vedete mai qualche utente che si lamenta di un’app su Android? Si prendono qualsiasi me*da, fanno festa quando gli arriva Instagram… Il fandroide non è rompicoglioni con Google come lo è l’utente di iOS che non si fa scendere l’app di Gmail perchè fa obiettivamente passare la voglia di usarla dopo che l’hai girata due minuti.
E insomma, grazie ai ragazzi di Sparrow per aver sviluppato una buona idea che gli hanno dato gli utenti di iOS, unitamente alle monetine per pagargliela. Un’idea talmente buona che Google se l’è presa per toglierla dalla circolazione, così da rendere meno imbarazzante la loro app goffa e ridicola (è poco più di una crosticina attorno a una pagina web) e rafforzare la propria posizione contro Apple in un settore (quello delle app ad alto livello) dove, con o senza le piume del passero, continuerà a svolacchiare come il tacchino che è.
Marco, che è un signore, non ha mai svenduto prodotti e clienti alla concorrenza.
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Esiste anche per OSX, ma lì non è l’unico attore sulla scena e si contende la platea con altre app (Postbox su tutte) e con l’imbattibile webapp di Gmail. ↩