Poi ho googlato il testo in questione, Quodlibet, pp. 451, euro 16,50, e la copertina mi ha immediatamente rinsecchito ogni libidine.
Perchè queste cose sguaiate, urlatamente contemporanee, forzate? Mi dispiace che sia stato rovinato così un lavoro di (ri)traduzione che dal post sembrerebbe meritorio. E suppongo a questo punto che sia imputabile all’editore anche la scelta dell’italiano per il titolo, orrenda. Anabasi è una parola dal suono epico e già in sè carico del sapore del racconto di Senofonte: perchè toglierla? Per ampliare il pubblico potenziale? Sciocchi.
Un libro che mi piace è come un uomo che mi piace. Mi apre, mi appaga, mi feconda.
Con un libro non succedeva da tempo. Non un libro monumentale, anzi una piccola appendice nella vasta produzione del suo autore. Qualche volta qui e su Twitter ho parlato di ebook. Non ho mai saputo tirare fuori quello che sento e penso. Quando l’ho letto in Calasso ho avuto un orgasmo. E se avete letto e un po’ studiato il Simposio di Platone sapete che il risvolto erotico non è una mano di vernice tanto per ravvivare una patina opaca. Il rapporto tra lettura e conoscenza, il modo in cui cambia con la digitalizzazione (e non in meglio). Lo spiega lui qui, in un’intervista con Fazzie (e vabbè, onore a Fazzie!).
Il libro orgasmico è chiaramente questo! 150 pagine, non è Ka, non è L’Ardore, non è Le Nozze Di Cadmo e Armonia. Ma insomma si arriva all’orgasmo anche solo con un bacio a volte.
I migliori titoli di quest’anno secondo i bravi ragazzi di RS. Non ne ho letto neanche uno! Ma io raramente presto attenzione alle novità editoriali, l’unico che mi sono filata è stato Edoardo Albinati (Morte di un ingegnere, Mondadori, libro dolorosissimo e bellissimo), non menzionato. È menzionato invece Mistero Doloroso della Ortese (Adelphi), librino meraviglioso e triste, ma io l’ho letto prima di loro l’anno scorso ;)
Nel complesso il 2012 per me è stato l’anno del Kindle, che ha reso le mie letture incostanti, frammentate, disordinate.
Guida Merliani chiude, fa una vendita fallimentare al 70% di sconto e questo è quello che succede: riot! ‘O burdell. Per un libro. Due, cinque, venti! Le persone sono affamate di cultura, l’avreste mai detto? I libri in Italia costano troppo. Nota di merito alla pietosa stronzetta che vorrebbe l’esclusiva per i soli abitanti della Repubblica Vomerese.
Io abito nel quartiere, ma la mia Guida è quella di Don Mario.
Ho finito “Le notti bianche” di Dostoevskij. Di lui, il sognatore, non sappiamo nemmeno il nome. Lei si chiama Nasten’ka. Nasten’ka. Настенька. È il vezzeggiativo del diminutivo di Anastasia (Анастасия), Nastya (Настя). Mi è sorto il dubbio di come si pronunciasse Nasten’ka. Di dove cadesse l’accento. La e sapevo che si pronunciava ie. Non mi veniva durante la lettura di leggere ie, ma mi sono sforzata per tutto il libro. Poi il dubbio dell’accento… Mi metto a cercare su Youtube qualche russo che dicesse Настенька, ma trovo questa canzoncina così carina, un foxtrot (mi ricorda le sonorità del coevo Gardel). E scopro che Настенька si pronuncia /nástienka/.
Per tutto il libro ho letto /nastiénka/. Я хочу умереть!!
Un’intervista a Marino Sinibaldi, che io diciamo che ho conosciuto ben prima che facesse Fahrenheit, con Pulp (Donzelli). Alle lezioni di sociologia della letteratura di questo bel tipo.
Sinibaldi storce il naso con gli ebook, rigonfiati di markenting, ma dice che purchè la gente legga… Già, purchè la gente legga. Io continuo a credere che la parola scritta, per conservare il suo valore, non debba sottostare a un aggeggio elettronico. Per tutte quelle parole scritte che hanno un valore paragonabile alla scadenza degli yogurt, ben venga l’ebook. Quanti libri vorrei in ebook e non a prendermi spazio sulle mensole.
…Vorrei? In ebook? Vorrei? No, sono libri che in gran parte nemmeno vorrei più.
Ho un Kindle e ci leggo raramente qualche libro tecnico di webdesign. Tutto il resto, non mi piace leggerlo col Kindle. Già quello che è meno web-design non va più bene sul Kindle.
La lettura di un testo scarnificato o si avvicina troppo al mistico o vira dritto al consumo tout court. Il libro senza corpo. L’essenza dei contenuti che lasciano come (quasi) unica traccia quello che ti resta in testa e nel cuore di ciò che hai letto. Il ritenere dantesco. Finito il libro, il libro sparisce dal tuo orizzonte fisico, e resta il Kindle, come una specie di carcassa. Ma il libro è il morto che se n’è andato. Con tutto il bene e l’attaccamento, il morto esce fuori dalla tua vita. Sparisce dalla tua vista, si sottrae per sempre alle tue mani. E questo è pratico, a volte liberatorio, quei testi tecnici quando hai finito di leggerli diventano solo ingombro, destinati a diventare obsoleti nel giro di massimo un anno. E quello che resta in testa, che hai filtrato e trattenuto, basta e avanza. Raro tornare a consultarli. Che restino infognati e dimenticati in forma di bites sui server di Amazon va più che bene.
Cos’è che non funziona con libri di altro tipo? Il passaggio cd ➝ mp3 (e altri formati analoghi) non mi ha posto nessun dilemma filosofico come invece il passaggio carta ➝ ebook. Sono stata ben felice di avere tutta la mia musica sempre con me nell’iPod. All’inizio non mi ponevo nemmeno il problema della qualità audio perchè io appartengo alla generazione che ha debuttato nell’ascolto intimo e personale col Walkman e le cassette. Quindi! E non faccio discriminazioni tra musica e musica. Non c’è musica per la quale devo religiosamente prendere il cd, come invece mi capita con i libri che non riesco a leggere in digitale. Lo faccio ogni tanto, prendo un cd, attacco le cuffie all’ampli e mi rantolo nell’emozione che mi danno le note, le note e le parole. È stancante e catartico e molto impegnativo. Se il digitale nasce per essere pratico, questo tipo di ascolto non è fatto per l’mp3 sull’iPod/iPhone con le cuffiette. Ma va detto che rantolo anche quando sto seduta alla mia scrivania e lavoro ascoltando musica dal Mac. E quindi insomma… è diverso. La musica a differenza di un libro nasce e resta una cosa impalpabile. E soprattutto, una cosa che non è finita in se stessa, che non esiste nemmeno in se stessa, non è completa in se. Necessita il supporto. L’esecuzione, la riproduzione. E che questa sia alla Filarmonica di Berlino o nei circuiti di un lettore digitale la sostanza ontologica non cambia. La musica ha bisogno di essere realizzata. Non ascolti un cd tenendolo tra le mani. Ma un libro… Il libro è un corpo. Se lo leggi o no, questo non inficia il fatto che esso è ed esiste. Riposto e dimenticato su uno scaffale, il libro ancora è. Non ha bisogno di supporti. Non ha bisogno di intermediari. Ti dice qualcosa anche quando non sai leggere. Ti dice quanto è lungo, ti dice se vuole essere serio o simpatico a seconda della copertina. Ti dice in che epoca è stato scritto o pubblicato. Tutti meta che l’oggetto produce da solo. Non l’autore, non l’impaginatore intervengono a darci queste informazioni.
Oggi siamo abituati a vedere le informazioni solo come dati. Meta-data. Per quanto si cerchi di dargli struttura semantica resta fuori il peso del simbolo. Il simbolo si produce da se. Il web potrà essere semantico ma non sarà mai semiotico. E vale per ogni formato digitale. L’idea di ebook presuppone che il corpo testuale del libro sia una massa di dati raw da trattare per renderli traportabili su un supporto che poi renda quei dati fruibili, consumabili. Quanto è distante questo approccio da quello di, spariamola, Aldo Manuzio? Molto o poco. Io trovo molto difficile misurare e definire questa distanza, ma la percepisco tutta. Erano dati raw i testi classici che Manuzio trattò e stampò? Sì, in fondo sì. E allora la differenza qual’è? Nel risultato in cui questo processo sfocia? Ovvio che un’edizione aldina (una cartacea qualsiasi!) sia una cosa diversa da un ebook, ma in che modo? Forse nella meta-comunicazione che l’oggetto ha in sè e che nel digitale è completamente sterilizzata. L’ebook di Amazon e quello di Feltrinelli di un libro (ha senso parlare di libro o è più appropriato dire testo?) di Moravia che differenze presentano? Cosa determinerà la scelta di quale acquistare? Il prezzo. Che altro? Tra La Pelle di Malaparte in edizione Mondadori e quella Adelphi, l’acquirente sceglierà in base al prezzo e basta? Non credo proprio. Odio quel libro, La Pelle, ma lo ritengo in qualche modo necessario. Necessario trovarmelo davanti mentre scorro la fila dei libri nella quale è inserito nella mia libreria (ordinata per temi). Per ricordarmi che lo detesto e perchè lo detesto. Sennò me lo dimenticherei e le occasioni per ricordarmi che è un libro cattivo (nel senso di maligno e ruffiano) sparirebbero del tutto. Quando scatterebbe la molla che me lo ricorderebbe? In quale stramba e meravigliosa discussione con chi? È necessario che me lo ricordi, comunque? No. Ma è bene, perchè la sua malignità rivela anche il suo opposto, che trovo in altri libri. Il digitale è più pratico e pensa ad essere comodo e funzionale. A far sparire le cose quando non servono più. E ci dimentichiamo anche dell’utilità dell’inutile (Pierre Hadot), l’inutile è spesso il pozzo dove si nasconde il senso. Questa cosa non mi serve a niente, ma ha un senso. Mi serve per utilità pratica un 5% di quello che leggo, nel restante 95% cerco il senso, cerco le lenti azzurre di Kant per guardare il reale e i sentieri che si biforcano di Borges per vedere il vero dietro il reale.
Creo un rapporto sentimentale con gli oggetti e non mi arrendo a perdere l’oggettità del libro. La mia edizione Bompiani 1961 di Ferito a morte. Amore. Vedo nella ggente tanta ansia di essere à la page, devoti alla modernità e all’avanguardia. E allora eccoli fare professione di fede al Kindle (or whatever), lode al libro scarnificato, segno di agilità mentale! Il libro è il contenuto e io sono attaccata al contenitore. Io? Che fine fanno i tuoi libri senza il tuo Kindle? La stessa del libro che ho lasciato a casa e che non posso leggere in metropolitana? No, ma anche definire questa differenza mi appare complicato. Però il mio Cantico dei Cantici di Ceronetti cartaceo so che è mio, il tuo Cantico ceronettiano sul Kindle so che non è tuo. Da te non prende niente. Da me le note, la scrittura in cui le compongo, le righe di matita tremula che mi dicono in che posizione stavo leggendo, la mia stanchezza, il mio coninvolgimento. Tante tracce, che l’ebook… vabbè.
Memorie di Adriano della Yourcenar è stato un libro miliare, per me. La religione della bellezza, la bellezza che si fa polvere. Entrare nella morte a occhi aperti. Letto un’estate di qualche anno fà in mezzo alla sabbia e alla polvere. Davanti al mare di Adriano. Stordente!
Viviamo sotto una pioggia ininterrotta di immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine. […] Gran parte di questa nuvola di immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria.
Poi, l’informatica. È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza dell’hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno […]. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come bits di un flusso di informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici. Le macchine obbediscono ai bits senza peso.
È legittimo estrapolare dal discorso delle scienze un’immagine del mondo che corrisponda ai miei desideri? Se l’operazione che sto tentando mi attrae, è perchè sento che essa potrebbe riannodarsi a un filo molto antico nella storia della poesia. […] La poesia dell’invisibile.
il bisogno dei libri è un po’ un brutto segno, in un certo senso, perché quell’incanto, quell’attrazione per il mondo, noi ci veniamo al mondo insieme, con quell’attrazione lì, e poi piano piano, man mano che diventiam grandi, quell’incanto, forse, sparisce, e abbiamo bisogno di qualcosa che ci aiuti a vedere, a sentire, e allora, per me, quella cosa lì sono i libri, che sono come delle lenti che mi aiutano a vedere meglio le cose, e degli eccitanti che mi aiutano a non dormir tutto il tempo, ma quando ero piccolo, secondo me, non ne avevo bisogno, quando ero piccolo mi svegliavo al mattino che ero contento, e le mie gambe, quando ero piccolo, forse mi sbaglio, ma io ho come un ricordo che lo sapevan da sole, che le gambe son fatte per camminare, e per correre