Oggi finalmente una giornata di sole. Anestetico e droga, perchè non solo ti cura ogni dolore (dell’anima almeno, però pure il mal di testa), ma ti da un’euforia infantile e insensata, un ottimismo cieco, una leggerezza nonostante il piombo addosso di mille problemi, quelli tuoi privati e quelli condivisi con tutti, pubblici.
È una salvezza e una condanna. Ma della condanna che ce ne fotte, oggi.
Questa di Pino Daniele per me è la canzone di quando esce una giornata di sole dopo tanti giorni di grigio e pioggia. La più bella delle sue, per me.
Ignoro i criteri di valutazione ma dubito che siano adeguati allo scopo. C’è qualità di vita in una città che vive anche di notte, con bar, negozi, locali aperti e frequentati, a differenza di molte città che alle nove di sera sono deserte senza coprifuoco. Considero qualità della vita poter mangiare ovunque cose squisite e semplici a prezzi bassi, che altrove sarebbero irreali. Considero qualità della vita il mare che si aggira nella stanza del golfo tra Capri, Sorrento e Posillipo. Considero qualità della vita il vento che spazza il golfo dai quattro punti cardinali e fa l’aria leggera. Considero qualità della vita l’eccellenza del caffè napoletano e della pizza. Considero qualità di vita la cortesia e il sorriso entrando in un negozio, la musica per strada. Considero qualità della vita la storia che affiora dappertutto. Considero qualità della vita la geografia che consola a prima vista, e considero qualità della vita l’ironia diffusa che permette di accogliere queste graduatorie con un “Ma faciteme ‘o piacere”.
Per consiglio, nelle prossime statistiche eliminate Napoli, è troppo fuori scala, esagerata, per poterla misurare.
Guida Merliani chiude, fa una vendita fallimentare al 70% di sconto e questo è quello che succede: riot! ‘O burdell. Per un libro. Due, cinque, venti! Le persone sono affamate di cultura, l’avreste mai detto? I libri in Italia costano troppo. Nota di merito alla pietosa stronzetta che vorrebbe l’esclusiva per i soli abitanti della Repubblica Vomerese.
Io abito nel quartiere, ma la mia Guida è quella di Don Mario.
Oggi per la prima volta ho mangiato le cicerchie. Le ho trovate per caso in un negozietto sabato scorso. Mia madre si ricordava di quando le mangiava portate da un amico di Capri, Giovannino. Mi ha sempre descritto il sapore e io ho sempre cercato di immaginarmelo. E insomma mi si è creato in testa il mito delle cicerchie. C’è questo libro bellissimo (in tutti i sensi compreso quello tipografico). Si cucinano o a zuppa come le fave (soffritte con la cipolla), o scaurate e basta. Lesse. Con un po’ di sale e un filo d’olio. Le ho mangiate così. Un sapore così strano. Davvero la sintesi di tutti i legumi. La consistenza un po’ farinosa dei ceci (o delle castagne, di cui pure mi è parso di sentire qualcosa). La buccia che si stacca come le fave. L’acqua di cottura che si fa nera come quando cuoci le lenticchie. Di cui anche hanno una traccia di sapore.
Sono tossiche e vanno tenute a bagno almeno 24h. In dosi massicce causano paralisi alle gambe. Altri tempi.
Mi sono tolta lo sfizio. Non mi sono piaciute, ma sono state buonissime.
A Napoli, chi passeggia le mattinate in Via Toledo, a un certo punto, tra la Banca Commerciale e la Galleria Umberto, viene catturato da una voce bellissima di donna. Accompagnata da contrabbasso e fisarmonica, canta spesso questa canzone. Ma come lo fa! Recitata, quasi. Con una soavità così suadente. È una bella bionda prosperosa tra i 45 e i 50 che solo a guardarla ti fa immaginare tutta una vita.
Nell’aria si mescolano le note e l’odore delle sfogliatelle di Pintauro. La gente sembra tutta con la testa tra le nuvole, e io pure.
Il corso Vittorio Emanuele è una strada strana. Collega il Vomero e Mergellina, ma non disdegna di affacciarsi sui Quartieri spagnoli e su Montesanto. Offre palazzi vista mare e negozi dai prezzi tutto sommato abbordabili, macchine costose e università per ricchi, e trova il suo inizio in un contesto dall’aspetto popolare come quello di piazza Mazzini.
All’estero pensano il nostro Paese come un’immensa Napoli, il sole il mare la pizza gli spaghetti. Noi possiamo pensare a Totò, a Eduardo, a Di Giacomo, a Mimmo Paladino. Il principe di San Severo, quello del Cristo velato e degli esperimenti alchemici, ha lasciato scritto che «non è data all’umana debolezza l’esistenza di grandi virtù senza grandi vizi». A Napoli le virtù e i vizi d’Italia sono elevati a potenza. Come aveva intuito Goethe, «dov’è più forte la luce, l’ombra è più nera».
Aldo Cazzullo di solito non mi piace, ma davanti a quella citazione dal Götz von Berlichingen (che io preferisco tradotta chiasticamente con più fitta è l’ombra1) alzo bandiera bianca. E il pezzo nel complesso è molto bello, onesto, completo nel dire il bene e il male e la loro inestricabilità.